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RACCONTI FELINI |
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Anù
e Silvestrino
(questa è la storia
di due gatti a me molto cari) |
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Portai fuori, come ogni sera, il mio cane, Beniamina.
Giunti all'ingresso del parco la liberai dal guinzaglio,
perchè potesse fare una bella corsetta. Subito scomparve
dalla mia vista, ma non me ne preoccupai: lei era solita
prendersi un pò di libertà. Proseguii per il sentiero,
ma di Beniamina nessuna traccia. |
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Ad un
tratto sentii uno strano rumore, mi precipitai dietro ad
un cespuglio e... arrivai appena in tempo per evitare
che il mio bisbetico cane addentasse un cosino tigrato,
peloso e... assolutamente immobile. Rimisi il guinzaglio
a Beniamina, la legai ad un albero poco lontano e tornai
sui miei passi. |
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Non avevo
mai visto un gattino così malridotto: poteva avere si e
no un mese di vita, era magrissimo, pulcioso, e
soprattutto aveva gli occhi e le orecchie feriti e
sanguinanti. Doveva essere lì da qualche tempo, perchè
qualcuno aveva lasciato ai piedi del cespuglio un
piattino di latte, ma la bestiola non l'aveva neanche
toccato. Mi resi conto che a causa delle ferite agli
occhi non poteva vederlo, e probabilmente questo era lo
stesso motivo per cui non era scappata di fronte a
Beniamina. |
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Me ne
tornai a casa pensierosa: avrei voluto aiutare quel
povero gattino, ma non avevo un posto in cui tenerlo e
non sapevo proprio come occuparmene. Ci rimuginai su
tutta la sera: il mattino dopo mi venne un'idea e mi
recai a pulire un vecchio garage in cui ormai i miei non
rimettevano più l'auto da un bel pò. Preparai un
giaciglio, una cassettina con la lettiera, e riempii una
ciotola d'acqua. Poi ripresi il sentiero del parco, ed
esattamente allo stesso punto del giorno prima ritrovai
il gattino. |
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Era una
femmina, e decisi di chiamarla Anù. La presi con me e la
sistemai in garage, poi comperai degli omogeneizzati e
la nutrii con piccole quantità, perchè doveva ormai
essere disabituata al cibo da alcuni giorni. Ben presto
giunse il veterinario e la visitò. Mi spiegò che quando
un gattino si ammala è la stessa mamma ad allontanarlo,
per evitare che contagi i fratellini. |
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la mia
piccola Anù aveva bisogno di molte cure, ma
probabilmente nessuna di queste le avrebbe restituito la
vista. Spettava a me decidere se curarla o farla
sopprimere. Volli provare, e per 15 giorni le
somministrai tutte le terapie. Anù migliorava, aveva
ripreso peso, il pelo era ormai lucido e sano ed anche
le orecchie erano guarite. ma la malattia agli occhi
aveva provocato danni irreparabili, e il veterinario mi
spiegò che l'unica soluzione era quella di asportare le
orbite: Anù non avrebbe mai più potuto vedere. Molte
persone mi sconsigliarono di sottoporla a questo
intervento: che vita avrebbe mai potuto avere un gatto
privo della vista? Certo non se la sarebbe cavata da
solo, non sarebbe stata in grado di procurarsi il cibo o
di sfuggire ai pericoli... ma Anù era incredibilmente
vitale ed entusiasta della sua nuova sistemazione, aveva
imparato ad orientarsi perfettamente in garage,
conosceva il posto di ogni cosa e non urtava mai niente. |
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Dovevo
darle una possibilità: pochi giorni dopo Anù fu operata,
e il suo aspetto divenne quello di un pelouche un pò
stropicciato a cui qualche bambino vivace abbia tolto i
bottoni che gli fanno da occhi. |
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Il garage
divenne la sua sistemazione definitiva, e non ho mai
avuto dubbi sul fatto di aver fatto per lei la scelta
giusta: quando si fu ristabilita la portai nel parco
dove l'avevo trovata per farle fare una passeggiata e
prendere un pò di sole, e quando la vidi rincorrere
farfalle e addirittura afferrarne una al volo mi resi
conto che il suo istinto e gli altri sensi l'avevano
resa perfettamente in grado di far fronte al suo
handicap! |
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Nonostante
andassi a trovarla ogni giorno nel vecchio garage avevo
però paura che la micia soffrisse di solitudine.......
quest'ultimo problema fu risolto da Beniamina, che
esattamente un anno dopo e proprio nello stesso parco
trovò un gattino bianco e nero che purtroppo aveva lo
stesso problema di Anù. |
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Oggi ho cambiato casa, ed Anù e Silvestrino, il nuovo
arrivato, vivono felici in un altro garage, più ampio e
luminoso del precedente, e grazie a loro che sono sempre
rimasti al mio fianco io ho ricevuto una nuova,
meravigliosa sorpresa sul misterioso e imprevedibile
mondo dei gatti.
(Alessia
"lady McKensie") |
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Il vecchio
detenuto e il suo gatto |
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Anno 1992. Una notizia occupa la cronaca dei
giornali: "Un detenuto fa lo sciopero della fame
per riavere il suo gatto". E' una notizia
curiosa, che fa sorridere, ma dietro c'è una
storia di solitudine. |
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Nel carcere di Parma un vecchio detenuto di nome
Aniello aveva allevato un gatto, sua unica
compagnia. Aniello era infatti un tipo asociale,
che non legava con nessuno. Era stato condannato
per un piccolo furto quando faceva il servizio
militare, poi aveva accumulato una serie di
condanne per atti di ribellione e violenza
contro altri detenuti e non era più uscito di
prigione. Praticamente era invecchiato in
carcere. |
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Per molti anni era andata a trovarlo la madre.
Quando era morta, l'unico filo con il mondo
esterno si era spezzato e il recluso si era
isolato, come se avesse perduto la speranza di
riuscire a comunicare a qualcuno i suoi
sentimenti e i suoi pensieri confusi. |
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Fino a che era arrivato il gatto. |
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Era stato dato ad Aniello da un compagno di
cella che lo aveva raccolto nel cortile della
prigione, dove c'erano molti gatti. Era un
affarino minuscolo, con il respiro breve e gli
occhi chiusi dal muco, che era passato sotto il
naso dei secondini perchè il detenuto se lo era
messo in tasca. |
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Doveva essere stato rifiutato dalla madre ed era
sicuramente più solo e infelice del vecchio
carcerato. |
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Aniello si era improvvisato madre. Aveva avvolto
il micino in una pezza di lana per tenerlo al
caldo, poi aveva cominciato a dargli acqua e
zucchero presi dalla propria razione,
utilizzando un angolo del fazzoletto come fosse
un capezzolo. Il gattino aveva succhiato a
fatica qualche goccia e aveva emesso un flebile
miagolio che era andato dritto al cuore del
vecchio orso solitario. |
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Si
parla molto dell'effetto benefico che il gatto
ha sui malati di cuore, sui depressi e sugli
insonni, ma la grande magia che esercita su di
noi è la guarigione dell'anima. Non che il
nostro Aniello fosse diventato meno scorbutico,
ma aveva qualcuno a cui dedicarsi, con cui
parlare, qualcuno che la notte dormiva con lui.
La sua esistenza non era più grigia, perchè il
gatto partecipava a tutti i momenti della sua
giornata, dal rito del caffè a quello più
prosaico del bucato. La cella era diventata un
mondo che conteneva lui e il gatto. |
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Questo universo si era improvvisamente
frantumato il giorno in cui i detenuti erano
stati trasferiti dal vecchio carcere a una nuova
prigione modello che non prevedeva la presenza
di animali in cella. Quando Aniello si era
presentato all'appello con il gatto, glielo
avevano strappato brutalmente di mano e lo
avevano spinto via con gli altri, senza
ascoltare suppliche o proteste, mentre il gatto
era rimasto nel carcere vuoto. |
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Senza il suo amico, il vecchio aveva deciso di
lasciarsi morire. |
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Per il direttore del carcere, un detenuto
ribelle, novello uomo di Alcatraz, poteva
benissimo morire d'inedia per amore del gatto.
Facesse pure. |
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Per fortuna la notizia era giunta a Giorgio
Mezzatesta, un veterinario che dirigeva la
sezione dell'Ente Protezione Animali di Parma, e
alla professoressa Lella Gialdi, detta Lella la
gattara, sua fida collaboratrice e giornalista
che, con lusinghe e con la velata minaccia di
far apparire articoli sui giornali, avevano
convinto il direttore a non assumersi la
responsabilità di ritrovarsi Aniello sulla
coscienza. Alla fine il direttore aveva
capitolato. |
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Si, ma come ritrovare il gatto in un enorme
edificio che assomigliava alle carceri dei
Piranesi? Poteva essere dovunque. |
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Lella Gialdi, forte della propria esperienza, si
era diretta senza esitare alla cella che il
micio aveva condiviso con Aniello: il gatto era
lì, spaventatissimo e affamato, nascosto sotto
un armadio, poichè non aveva osato avventurarsi
nell'ignoto. Era sempre vissuto in quei pochi
metri quadrati della prigione e per lui il mondo
era tutto lì. Anzi, il mondo era rappresentato
dal padrone e lui lo stava aspettando. |
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Per la cronaca Giorgio Mezzatesta e Lella Gialdi
hanno salvato tutti gli altri gatti del vecchio
carcere, rimasti prigionieri nell'edificio
vuoto, dove sarebbero morti di fame, calandosi
acrobaticamente da una finestra rimasta aperta
al primo piano e hanno ricevuto il premio
dell'Amicizia Uomo-Gatto. |
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A
conclusione della vicenda, qualche tempo dopo è
apparsa sui giornali un'altra notizia: "Una
scolaresca di Frascati adotta un detenuto e il
suo gatto". I bambini inviano letterine ad
Aniello per farlo sentire meno solo e gli
chiedono notizie del suo gatto. Aniello non ha
mai ricevuto i biscotti fatti in casa che gli
erano stati inviati per Natale: magra vendetta
del direttore dal cuore gelido, sconfitto da un
vecchio carcerato e da un gatto. |
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Mentuccia e Rosmarino |
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La gattina stava nascosta nel cespuglio
di menta dove l'aveva lasciata la madre.
nascosta per modo di dire, perchè
emetteva dei richiami lancinanti che
dicevano, come il grido delle ochette
selvatiche di konrad Lorenz: "Io sono
qui, tu dove sei?". |
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In realtà la gattina era cieca e la
madre l'aveva abbandonata perchè sapeva
che non sarebbe sopravvissuta, in quanto
avrebbe potuto essere facilmente preda
di qualche animale randagio. Anche i
gatti, però, nascono sotto una buona o
cattiva stella. Maria Paola era convinta
che fossero stati l'aria profumata di
mimosa, il tepore primaverile, le prime
gemme sui rami a indurla a cambiare il
proprio itinerario abituale; ma se non
fosse passata in quel momento attraverso
il parco, non avrebbe assistito alla
scena e scoperto quel dramma. |
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Maria Paola, impietosita, aveva raccolto
la micina, e se l'era infilata sotto la
giacca, dove la piccola si era
acquietata. Il fatto che la gatta fosse
cieca era solo uno dei problemi che le
si affacciavano alla mente, problemi di
fronte ai quali una persona di buon
senso si sarebbe decisa a rimettere la
micina nel cespuglio per poi darsi alla
fuga. |
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Quello principale era Roberto, che
rivestiva ufficialmente il ruolo di capo
famiglia e non aveva nessuna simpatia
per i felini. Come da copione, quando
Maria Paola arrivò a casa, Roberto le
aprì la porta, fissò con l'aria più
feroce del mondo la gattina, tenuta
nelle mani a coppa come se fosse
un'offerta votiva. La porta venne
richiusa. |
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Maria Paola rimase in attesa sul
pianerottolo. Dopo qualche minuto, un
occhio la osservò attraverso lo
spioncino e verificò che lei fosse
ancora lì, con la gattina stretta al
petto. Altri dieci minuti e la porta si
riaprì, mentre una voce diceva
bellicosamente: "Abbiamo già un cane. I
gatti non gli piacciono. Succederebbe il
finimondo". |
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Il cane Trippa era un cane festoso che
cercava sempre di fare amicizia con i
gatti, facendoli gonfiare come palle e
ricevendone insulti e sputacchi, ma era
sensibile alle atmosfere e, in quel
frangente, se ne stava dietro alle gambe
del padrone occhieggiando quel
mucchietto di pelo che emetteva pigolii. |
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"Probabilmente, senza la madre morirà",
argomentava intanto Maria Paola. "Come
possiamo abbandonarla? Oppure vai tu dal
veterinario a farla sopprimere?" |
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Di fronte a questa orrenda ipotesi, fece
subito la sua comparsa un piattino di
latte, che la gattina spolverò in pochi
minuti, decisa a vivere a dispetto delle
previsioni. Trippa intanto assisteva con
interesse, tenendosi a una certa
distanza dall'ospite misterioso, in
attesa della presentazione ufficiale. |
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Mentuccia, questo il nome che le fù
dato, dormì in una scatola, ma era solo
una fase transitoria perchè due giorni
dopo, quando si fu ormai rinfrancata,
uscì dalla sua culla e raggiunse il
letto di Roberto e Maria Paola, dove si
arrampicò faticosamente in cerca di
calore e sicurezza. |
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Con il passare dei giorni Mentuccia
prese contatto con il suo nuovo
ambiente. Si orientava con un radar
misterioso che suppliva alla mancanza
della vista; superò abilmente la prova
lettiera, individuandola in un angolo
della stanza e usandola puntualmente. |
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C'era però qualcosa che non poteva
essere sostituito: la mancanza della
madre nella prima infanzia. Le cure
materne, infatti, non hanno soltanto una
funzione pratica, ma trasmettono un
messaggio d'amore. Mentuccia per esempio
non faceva le fusa, non avendo avuto uno
scambio affettivo con la madre. La
soluzione giunse sotto forma di un'altra
gattina, Rosmarino, che prese
baldanzosamente possesso della casa,
cane incluso: Trippa divenne
immediatamente il suo umile schiavo. |
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Di fronte a Mentuccia, che stava
silenziosa nella sua cesta, Rosmarino
rimase perplessa. Si vedeva chiaramente
fluttuare un fumetto sulla sua testa:
"Questa gatta è un'imbranata, scusate.
Con rispetto parlando, non sa nemmeno
coprire con la sabbia i suoi bisogni e
tutti i gatti sanno, senza che nessuno
glielo spieghi, che è fondamentale
occultare le tracce per difendersi da
possibili nemici: è la legge della
foresta. A parte la questione del bon
ton. Non siamo mica cani!". |
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Rosmarino decise quindi all'istante di
prendersi cura della gatta più grande e
si installò nella sua cesta, leccandola
e ravvivendole il pelo. La notte
dormivano abbracciate. da quel momento
divennero inseparabili. |
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Ormai è trascorso qualche anno.
Mentuccia ha imparato a giocare.
Rosmarino le tende regolarmente agguati
balzandole addosso all'improvviso da
qualche angolo, ma non riesce mai a
sorprenderla, perchè grazie alle sue
capacità di percezione, Mentuccia
intuisce l'attacco una frazione di
secondo prima che l'assalto venga
sferrato. Poi corrono per la casa come
saette, travolgendo il cane, che
vorrebbe partecipare ai giochi e si
mette sulla loro strada. |
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Nessuno mai immaginerebbe che una delle
due gatte è cieca. |
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